sabato 25 febbraio 2012

Sognare la normalità sotto il cielo di Scampia


Foto di Ilaria Biancacci
Quando entri a Scampia, quasi non te ne accorgi. Una strada dietro l’altra ti immergi lentamente tra quei palazzi e quelle vie troppo viste alla tv, che quasi facevano paura e oggi trasudano colori, allegria e libertà. L’entusiasmo dei volontari del GRIDAS, organizzatore del Carnevale di Scampia da 30 anni, è travolgente. Non si fa in tempo a scendere dalla macchina che subito ci si ritrova avvolti da striscioni, maschere e risate. Grandi e bambini sono tutti lì. Ci sono perché vogliono dimostrare che Scampia è ben altro, che può essere diversa, che può rinascere grazie alla cultura, alla musica, all’impegno e soprattutto grazie al coraggio di tutti coloro i quali non smetteranno mai di crederci.

Forse nel 1981 quando Felice Pignataro tingeva con nuovi colori Scampia non immaginava che dopo 30 anni, sarebbero diventati sempre più vividi e intensi. Il GRIDAS (Gruppo Risveglio Dal Sonno) è un’associazione culturale senza scopo di lucro fondata da Felice, Mirella La Magna, Franco Vicario e altre persone, unite dall’intento comune di risvegliare le coscienze degli abitanti di una delle periferie più difficili d’Italia. Mirella, moglie di Felice, non ha mai smesso di lottare e con la forza che distingue le grandi donne, quelle che sono capaci di cambiare il mondo partendo dal loro piccolo, apre il corteo sotto il cielo uggioso dell’ultima domenica di carnevale. Cammina sorridente e accompagna i carri, attraverso le strade di quel quartiere dove ha scelto di vivere, al ritmo energico della grancassa.

Foto di Ilaria Biancacci
“O LA BORSA O LA VITA ovverossia DOVE VA IL MONDO” è il tema derl Carnevale 2012. Un chiarissimo riferimento al ricatto di scellerate scelte finanziare che tengono in mano e sospese le nostre vite, alla piega che sta prendendo il mondo e al cammino che potrebbe intraprendere. È una sfilata carica di simboli, negativi e positivi, che si confrontano e si affrontano sotto la pioggia. Sono tutti lì i volti e le storie di Scampia. C’è la “Macchina dello spread” con tanto di grafico che sale e che scende e che ricorda, con la sua silouette a forma di vela, i famigerati palazzoni che sono diventati il simbolo negativo di Scampia. Una gru rossa per ricordare tutte quelle persone, che per farsi ascoltare e poter urlare al mondo i propri diritti, si sono dovute arrampicare in alto, per sovrastare l’indifferenza. La scuola calcio dell’ARCI UISP Scampia che “nella borsa ha racchiuso la vita” e ha dimostrato che l’essenza dello sport, come unione e condivisione, può salvare tanti giovani dalle strade. Una gabbia ricoperta di frasi, disegni, poesie, parole, che raccontano le storie dei detenuti del Carcere di Secondigliano, portata in corteo dai familiari. La “Rosa dei venti” che apre il corteo e ricorda i punti cardinali, per restare ben saldi al timone senza perdere mai la rotta. San Ghetto Martire, santo protettore delle periferie, che vigila sul Carnevale di Scampia e chiude il corteo.

Il tema della prima edizione del Carnevale di Scampia era “La Vita contro la Morte”. Dopo tre decenni, quasi come per voler esorcizzare questa continua contrapposizione tra bene e male, la compagnia “Delirio Creativo” della “Scuola di Pace” ha animato le maschere del sole e della morte. Un filo conduttore che lungo tutti questi anni rappresenta l’essenza stessa del carnevale. Inevitabile il contrasto tra gli opposti, che si attraggono e si respingono al ritmo di murga.

Capovolgere. Stravolgere. Reinventare. Perché Scampia ha bisogno di rinascere. Invertire. Ribaltare. Rovesciare. Perché la gente di Scampia ha bisogno di normalità, e non può aspettare ogni anno carnevale per potersi guardare allo specchio, vestita a festa e carica di nuovi colori e immaginare un futuro diverso.

Foto di Ilaria Biancacci
Tra il grigio dei palazzi un fiume, irruento e vivace, si è fatto strada tra indifferenza, cemento e pregiudizi. Riappropriarsi del quartiere è possibile e davanti al fuoco che brucia il fantoccio di un altro carnevale che finisce, si può solo sperare che il tempo passi in fretta e che la magia creata da Felice possa riportare in vita Scampia. Per un giorno, uno soltanto, bisogna aspettare un anno. E tutto quello che rimane è una nuvola di fuligine e coriandoli.


giovedì 1 dicembre 2011

Non siamo delle incubatrici al servizio dello Stato


Oggi, 30 Novembre 2011, sul quotidiano Libero, è stato pubblicato un articolo che ha lasciato a bocca aperta gran parte della popolazione femminile italiana, e non solo.
Vorrei sapere se il giornalista in questione abbia mai guardato fuori dalla finestra del suo ufficio per vedere come si sta riducendo il nostro Bel Paese. Se ci sono meno figli non è certo “colpa” delle donne che studiano. Il tasso di natalità scende sempre più vorticosamente perché non ci sono soldi. Non ci sono soldi perché non c’è lavoro. Non c’è lavoro perché non esiste un ricambio generazionale e perché la vetta della trottola, popolata dagli “anziani” rimane ancorata alla poltrona con le unghie e con i denti. Non c’è lavoro perché siamo un paese fondato sugli stage, sui contratti a tempo determinato, sulla cassa integrazione e sulle collaborazioni. Non si fanno figli perché per una coppia, che decide di creare una famiglia, non ci sono prospettive per il futuro. Perché per garantire una qualità di vita accettabile per i propri figli (questo comprende istruzione, salute…) bisogna avere delle certezze. L’Italia, queste certezze, le cancella giorno dopo giorno.
Le donne non fanno figli perché quando, finalmente, trovano un lavoro se “disgraziatamente” si presentano in ufficio con il pancione, corrono il rischio di essere licenziate. Questo, secondo la legge italiana, è un reato, ma non mancano i casi. Quindi se le donne vengono licenziate, come possono mantenere il futuro dell’Italia?
Non bisogna dimenticarsi che non esistono agevolazioni per chi deve gestire lavoro e famiglia. Basti pensare ai fondi che vengono strappati via agli asili nido statali, con la conseguente privatizzazione delle strutture; solo chi ha i soldi può permettersi un asilo, diffondendo ulteriormente il senso di precarietà. Inoltre le aziende italiane, a differenze di quelle americane, inglesi o olandesi (decadenti?!?), non predispongono un nido aziendale.
Inutile dire che essere colte o meno non vuol dire che si è più o meno disposte a fare figli. Mi irritano, e non poco, gli esempi citati. Come se la povertà e l’analfabetismo, fossero le due parole chiave per un paese fecondo. L’Italia svestita, arrivista e senza scrupoli (così ci fanno apparire!!) non si presta come metro di paragone con paesi come l’Uganda, il Niger, la Siria e l’Egitto, dove la ricchezza (economica e sociale) è rappresentata dalla famiglia, valore fondamentale che sta alla base della società.
Camillo Langone conclude così il suo articolo: «Ebbene, gli studi più recenti denunciano lo stretto legame tra scolarizzazione femminile e declino demografico. La Harvard Kennedy School of Government ha messo nero su bianco che “le donne con più educazione e più competenze sono più facilmente nubili rispetto a donne che non dispongono di quella educazione e di quelle competenze”. E il ministro conservatore inglese David Willetts, ha avuto il coraggio di far notare che “più istruzione superiore femminile” si traduce in “meno famiglie e meno figli”.il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà. Così dicono i numeri: non prendetevela con me».
Rifacendomi alle teorie femministe per la liberazione sessuale, concludo così: noi donne non siamo degli oggetti. Non siamo delle incubatrici utili per la crescita della nazione e dell'ego maschile. Non siamo contenitori senza cervello. Continueremo a studiare, ad emanciparci e a scegliere. Perché, sulla scia del leitmotiv che unì le femministe italiane e statunitensi degli anni Sessanta-Settanta, "Io sono mia, il corpo è mio, e io saprò scegliere il momento giusto per diventare madre". Di sicuro non sarà una scelta legata alle statistiche, ai libri, all'immigrazione e alla politica. 

Pubblicato sul sito www.unosguardoalfemminile.it

venerdì 30 settembre 2011

Prishtinё-Priština: la città delle mille contraddizioni




Intrappolata dal 1999 nel ruolo indefinito di base delle rappresentanze estere in Kosovo, Prishtinё-Priština è diventata rapidamente un interessante fulcro di scambio per l’intera regione. Un mix di culture, lingue, colori, stili architettonici, odori, popoli. Un po’ Europa dell’Est, un po’ Turchia. Una città dalle mille sfumature, che mostra la vera faccia del Kosovo.


Ci vogliono quasi due ore di viaggio per arrivare a Prishtinё-Priština. La strada, una delle quattro principali che attraversano la regione, è uno zig zag continuo tra buche, incroci e sorpassi di tir, carretti di contadini trainati da stanchi cavalli e trattori. Una curva e un dosso dopo l’altro, si delinea davanti ai miei occhi il quadro dell’attualità kosovara: lunghe distese verdi di campi coltivati, i fruttivendoli ai bordi delle strade, ragazze e ragazzi che aspettano un improbabile autobus sul ciglio della strada. Ma più di tutto, una cosa colpisce il mio sguardo: tante case di colore rosso mattone, senza intonaco. I proprietari le hanno costruite in fretta subito dopo la guerra, per poter ricominciare a vivere sulla loro terra. Le hanno tirate su con i pochi risparmi e l’intonaco, troppo costoso, dovrà aspettare tempi migliori, quando il Kosovo sarà pronto per vestirsi di nuovi colori. Un work in progress continuo, senza sosta. Una ripresa lenta e laboriosa. Dietro ogni curva, ogni porta ed ogni strada si nasconde la complessità di questo lembo di terra.



Quando si arriva a Prishtinё-Priština il paesaggio cambia. La campagna lascia il posto a lunghi viali asfaltati, i covoni di fieno cedono il passo ai palazzoni che mi ricordano un po’ le case di Berlino Est. I negozi di fortuna non ci sono più, ma compaiono in ogni angolo banchetti sui quali puoi comprare cellulari di dubbia provenienza. I carretti e i trattori ci sono, ma corrono al fianco di macchine fin troppo di lusso.



Quando entri a Prishtinё-Priština una statua di Bill Clinton si impone davanti al tuo sguardo. Si staglia contro le palazzine popolari, contro i graffiti del movimento nazionalista albanese per l’autodeterminazione Vetëvendosje. il Kosovo sottolinea continuamente la propria vocazione europea e l’ intenzione di aderire quanto prima all’Unione europea. Allora come interpretare questa “adorazione” per gli USA? La risposta ci riporta indietro, ai bombardamenti della NATO contro la Serbia. L’Operation Allied Force è il nome della campagna di attacchi aerei portata avanti dalla NATO per circa due mesi contro la Repubblica Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević, con l’intento di ricondurre la delegazione serba al tavolo delle trattative, che aveva abbandonato dopo averne accettato le conclusioni politiche, e di contrastare l’operazione di spostamento delle popolazione del Kosovo allo scopo di predisporre una sua spartizione tra Serbia e Albania.



La strada che percorriamo, molto più simile a un boulevard californiano che ad una strada balcanica, prende il nome dal 42° presidente americano Bill Clinton. La popolazione albanese ha voluto ringraziare il presidente per l’aiuto durante la lotta contro il governo della Federazione Jugoslava. La statua è alta 10 metri, è stata installata il 1° Novembre 2009, durante una solenne cerimonia. Sopra la statua, un enorme manifesto, raffigurante Bill Clinton, pende dalla facciata di un condominio e ci da il benvenuto.



Al centro di Prishtinё-Priština regna la contraddizione. L’enorme incompiuta cattedrale ortodossa si staglia contro il minareto della moschea, in un continuo conflitto religioso, accentuato dalla decisione del governo di Belgrado di vietare l’insegnamento della religione musulmana nelle scuole.





Il monumento dedicato al condottiero e patriota albanese Giorgio Castriota Scanderbeg si infrange contro un modernissimo palazzo a vetri, che ospita il (provvisorio) Governo kosovaro. Hashim Thaçi è l’attuale Primo Ministro del Kosovo e Capo del Governo. Il suo governo è costituito prevalentemente da ministri di etnia albanese, con elementi serbi, bosniaci e turchi.



In una piccola piazzetta è custodita la statua di Madre Teresa di Calcutta, nonostante la maggior parte della popolazione sia di fede musulmana. Dopo la morte, l’operato di Madre Teresa è stato oggetto di riconoscimenti, soprattutto nei due paesi ai quali era più legata: l’India, nella quale ha operato, e l’Albania, la terra d’origine dei suoi genitori. L’Albania celebra il 19 ottobre, giorno in cui Madre Teresa ricevette il Premio Nobel, come festa nazionale e ha dedicato alla memoria della suora il proprio aeroporto internazionale e il premio per l’eccellenza in campo umanitario.



La biblioteca nazionale sembra una costruzione fantascientifica. Le cupole e le grate di ferro mi fanno pensare ad una città imprigionata, specchio di una regione divisa, contesa e incompleta. Una catena di ideologie che stringe i giovani (il Kosovo è un paese giovane. L’età media si aggira intorno ai 24/26 anni), li intrappola in un presente che vuole andare oltre, verso un futuro di integrazione e sviluppo, ma con fatica si separa da un passato doloroso. Un pizzico di avanguardia russa comunista che fa a pugni con il resto della città.



Un muro di foto, nomi e fiori riporta alla mente le pulizie etniche e le stragi ai danni dei civili, che hanno marchiato la guerra del Kosovo. Uomini, donne, giovani e anziani. E’ rimasto il nome a guidare la memoria dei cari. Ci sono anche le foto delle vittime di Meje. Un muro del pianto, scolorito dal sole, ma ben impresso nei ricordi di chi, questa guerra, la sente ancora sulla pelle.



Foto e testi di Ilaria Biancacci

La strage di Meje


Tra Pristina e Pec, non lontano dal confine con l’Albania, tra i campi di erba ingiallita dal sole, si trova il cimitero dei Martiri di Meje.
Era il 27 Aprile del 1999 e i paramilitari serbi (probabilmente appartenenti alle Tigri di Arkan) rastrellarono tutti gli abitanti, constringendoli in poche ora ad abbandonare le loro case, incolonnandoli sull’unica strada diretta in Albania. Separarono gli uomini dalle donne e dai bambini. Furono uccisi 375 civili, tutti uomini tra i 13 e i 94 anni.


Nel campo colorato da migliaia di fiori finti, dove croci cristiane e steli musulmane si mescolano insieme, c’è una croce con appesa una foto di una giovane donna. Si chiamava Klaudia, aveva 16 anni, è stata violentata e uccisa perché non voleva abbandonare la sua famiglia. Il suo viso spicca tra i legno scuro delle lapidi. Il suo corpo è stato ritrovato la sera del 27 Aprile 1999. E’ stata la prima vittima, l’unica donna.


 
Il silenzio assorbe il rumore dei nostri passi, l’erba secca ondeggia lenta sotto le spinte del vento, la bandiera albanese sventola solitaria, consumata dal tempo e dalla guerra. Qui ogni 27 Aprile, la comunità albanese si riunisce, per ricordare le vittime della pulizia etnica. La grande manifestazione della “Dita e te zhoukurve” (Giornata degli scomparsi), tiene viva la memoria.



In alcuni villaggi del Kosovo non ci sono più uomini. Sono rimaste le vedove con i loro bambini. Sole.

Foto e testi di Ilaria Biancacci

Falimenderet Prizren!


Lungo le strade del Kosovo la polvere mostra e nasconde le ferite che la guerra ha lasciato. Negozi di fortuna, cimiteri tra i campi, case incompiute, distrutte o abbandonate. Due bambine portano una mucca a pascolare sul ciglio della strada: è tutta la loro ricchezza. Le montagne accompagnano il viaggio, il loro profilo sinuoso si staglia contro un cielo carico di speranze. La foschia avvolge le valli e le ciminiere delle fabbriche abbandonate interrompono la fluidità del paesaggio.


Un paese allo specchio, diviso tra vecchio e nuovo. Un cantiere a cielo aperto fatto di case di mattoni e negozi improvvisati. Si arranca sulla strada, tra trattori con le buste della spesa, carretti trainati dai cavalli e donne e uomini che possono contare solo sulle lore gambe.


Prizren si stende all’ombra della fortezza di Kalaja, ultima roccaforte ottomana. La città sorge ai piedi dei Monti Šar, nel Kosovo sud-orientale, vicino ai confini con Albania e Macedonia.
Qui, intorno al tavolo custodito all’interno del museo etnologico, è nata l’idea della Grande Albania. La lega di Prizren, costituita nel 1878 nell’edificio storico che oggi ospita il museo, era un movimento di liberazione contro la dominazione degli ottomani. L’edificio fu incendiato e parzialmente distrutto durante la guerra del 1998-1999. All’interno di una teca è conservato il documento originale della costituzione della Lega di Prizren, scritto da Ymer Prizrenin. Il testo è scritto in caratteri arabi perché, fino al 1908 l’albanese non possedeva un alfabeto. La prima scuola venne costruito nel distretto di Korca, in Albania.


Shprsa è la guida che ci accompagna alla scoperta del museo dedicato agli usi e costumi kosovari e della prima galleria di arte figurativa del Kosovo. Il suo nome significa Speranza.


Salendo verso la fortezza di Kalaja, troviamo la Chiesa del S. Salvatore, distrutta nel 2004. La strada si arrampica in salita e ci porta attraverso il quartiere serbo, ormai quasi completamente distrutto dalla furia della guerra. Prizner ha 175 mila abitanti, solo una piccola comunità è composta da serbi che vivono nelle poche case rimaste in piedi nel quartiere antico di Pot Kala, nella periferia della città e nei villaggi circostanti. 


La popolazione di Prizren è composta da albanesi, serbi, bosniaci, turchi, gorani e rom. In Kosovo il termine rom comprende gli egiziani emigrati nei Balcani e la minoranza degli ashkalli. I roma sono tutti musulmani. (Info in più). L’Islam è la religione che caratterizza questa città. Gli abitanti di Prizren vivono un Islam moderato, che li lascia con i piedi tra i monti dei Balcani e lo sguardo verso occidente. E’ mezzogiorno e nella valle rieccheggiano i canti dei müezzin.

Per ascoltare la preghiera dei müezzin clicca qui

Prizren è divisa da un fiume. Prizren è la città dei minareti. Prizren è la città delle caffetterie e delle passeggiate tra i vicoli stracolmi di contrasti. Prizren è la Firenze dei Balcani. Prizren è un cuore pulsante multietnico.



Foto e testi di Ilaria Biancacci

Un miracolo a Radulac

Ci troviamo a Radulac, un villaggio nei pressi di Klina, dove Massimo e Cristina, volontari della Caritas umbra, hanno creato una casa per accogliere i bambini e dar loro la speranza che la guerra aveva portato via.


Nel 1997 il terremoto ha colpito l’Umbria. Un gruppo di ragazzi volontari si è riunito a Nocera Umbra per aiutare la popolazione nell’emergenza e successivamente sostenerla nella ricostruzione post sisma. Hanno dato vita ad un gruppo Caritas. Quando è scoppiata la guerra in Kosovo il vescovo macedone ha chiesto aiuto a don Lucio, parroco di Nocera: nella tendopoli di Skopje, dove erano confluiti i profughi kosovari, c’era bisogno di un miracolo. La popolazione kosovara aveva abbandonato i villaggi attaccati dai serbi, e il piccolo gruppo di volontari doveva aiutare le famiglie a far ritorno nelle loro case. Massimo e Cristina, insieme a don Lucio, hanno costruito una casa di accoglienza per bambini orfani o figli di genitori con problemi economici. A oggi la struttura ospita trenta bambini, da un anno all’età dell’adolescenza.


Benedetta e Lorenzo sono due giovani volontari che lavorano per Caritas Umbria e ci accolgono con grande gioia ed entusiasmo. L’associazione riceve delle donazioni con le quali sta costruendo una casa-famiglia più grande, dove poter accogliere più bambini.
Quando sono venuta per la prima volta in Kosovo – racconta Benedetta – pensavo di fermarmi soltanto per l’estate. Quando sono tornata nella mia città, un senso di inquietudine mi riportava alla mente i giorni passati a Radulac e, nonostante fossi appagata dalla mia vita e dal mio lavoro con i bambini autistici, provavo il desiderio di ritornare. Due anni fa ho lasciato Perugia e adesso sento che la mia vita è veramente completa”.


La casa di Radulac può contare sull’aiuto del contingente italiano di stanza a Belo Poje. Il tenente colonnello Biagio Paluscio è il responsabile della cooperazione civile e militare (Cimic) nell’ambito del Kfor e insieme al tenente colonnello D’Antonio, agronomo, e al tenente colonnello Foti, architetto, contribuiscono allo sviluppo di progetti, per le rispettive competenze, che rispondono alle esigenze del centro di accoglienza.
Il 70 per cento del budget 2011 è stato investito per interventi agricoli e progetto per la costituzione della banca del germoplasma per la conservazione delle specie autoctone. Il Kosovo ha una tradizione di coltivazione di piante officinali, che va salvaguardata. Inoltre, il territorio kosovaro presenta una flora biodiversificata da tutelare e monitorare.
Abbiamo contribuito – racconta D’Antonio – alla costruzione della strada rurale di raccordo tra il villaggio e l’azienda agricola della Caritas e il canale di irrigazione. Vogliamo creare un circuito virtuoso che porti all’aumento dei posti di lavoro e dei redditi delle famiglie. La nostra area di competenza comprende sei municipalità intorno alla città di Klina, non abbiamo rapporti diretti con il Ministero dell’agricoltura del Kosovo, ma collaboriamo con le sue istituzioni locali, tra cui l’Istituto agronomo. L’impressione che si ha della situazione agricola kosovara è che, nonostante la tecnologia arretrata, sia in ripresa. Il nostro obiettivo – conclude il tenente colonnello – è la cooperazione; non vogliamo imporci, bensi collaborare al loro fianco. Abbiamo impostato un tipo di agricoltura biologica e a basso impatto ambientale; monitoriamo i suoli per verificare la composizione chimica del terreno”.


Nel cortile della casa c’è una piccola cappella improvvisata, sotto un tendone bianco i bambini, i volontari e i soldati prendono posto sulle panche. Dietro alle spalle del sacerdote, c’è un dipinto con colori vivaci che parlano di amore, solidarietà e sacrificio. Gesù non è circondato da angeli o santi ma da bambini che con i loro sorrisi riempiono di vita l’ambiente. Una messa semplice e forte allo stesso tempo; una predica che si trasforma in favola e un prete che dialoga a tu per tu con i bambini. Una chiesa diversa e carica di emozione, qui non siamo nelle nostre comode e sicure città, siamo sotto le montagne, tra le valli e i covoni di fieno, dove la guerra ha distrutto il futuro e l’amore e l’armonia hanno restituito la speranza.

Foto e testi di Ilaria Biancacci

mercoledì 28 settembre 2011

Il tempo si è fermato a Visoki Dečani

L’alba è arrivata. Ha portato con se la rugiada delle prima ore del mattino. Il silenzio regna sovrano intorno a noi. L’aria è leggera e gli altoparlanti diffondono le note dell’inno italiano. Due soldati, uno vicino all’altro, guardano il sole con aria solenne. Tutto il compound si ferma e la foschia che si alza all’orizzonte ci avvolge.

Nei pressi del fiume Bistriza, sotto i ripidi pendii dei monti Prokletije si trova il monastero di Visoki Dečani. Il Santo re Stefano Uroš III Dečanski fece erigere in questa florida vallata il monastero del Cristo Salvatore.
All’inizio del XX secolo, quando il Kosovo faceva ancora parte dell’Impero ottomano, gli albanesi costituivano i due terzi della popolazione. Con la fine della Prima Guerra Mondiale e la nascita del Regno di Jugoslavia, la popolazione albanese calò al 65,8% e quella serba raggiunse il 26%. Un elemento che caratterizza l’etnia serba è la religione. La Chiesa Ortodossa ha unito un popolo sotto un’unica bandiera, contribuendo alla formazione di una cultura e un’ideologia molto forte.
Da quando, nel 1999, la guerra è finita con la sconfitta dei serbi, sono più di un centinaio i luoghi sacri ortodossi che sono stati assaliti o distrutti in Kosovo, molti risalenti al XIII e al XIV secolo. In precedenza, quando a spadroneggiare nella stessa regione era l´esercito serbo di Slobodan Milosevic, si calcola che furono danneggiate o rase al suolo 212 delle 560 moschee musulmane dell´area. Il Monastero di Visoki Dečani è protetto dai militari italiani che fanno parte del Multinational Battle Group West. I soldati devono presidiare la zona, garantire centri di controllo e posti di blocco. Inoltre devono scortare i monaci che hanno bisogno di spostarsi, e i pellegrini che arrivano numerosi dalla Serbia, dal Montenegro, dalla Macedonia e dalla Bosnia Erzegovina.
Abbiamo un compito specifico – mi racconta il sergente Gaetano Alessi – quello di garantire la sicurezza dei monaci, monitorare il territorio circostante e dialogare con i capi villaggi, per poter tenere sotto controllo le tensioni nteretniche. Dentro le mura del monastero esiste un mondo diverso, fatto di ritmi e rituali. I monaci si svegliano ogni giorno alle 3 del mattino, pregano e si dedicano ai lavori che garantiscono la sussistenza della comunità. Coltivano le terre, allevano il bestiame e producono liquori”. Il tempo si è fermato, qui.

Ci accoglie un giovane monaco, alto, con i capelli lunghissimi raccolti in una coda, avvolto nella sua tunica nera. Mi colpiscono i suoi profondi occhi blu. Ci accompagna a visitare la chiesa. L’interno è scuro, ma allo stesso tempo, gli affreschi coloratissimi illuminano le navate. L’influenza di Costantinopoli è tangibile: pareti blu, decori dorati, lampadari e candele. L’ambiente è spoglio, ma l’intensità della fede si avverte in ogni angolo. Non ci sono sedie, si prega in piedi, per sentirsi più vicino a Dio.

Il catholicon, dedicato a Cristo Pantocratore e costruito con blocchi di marmo rosso-violaceo, giallo e onice, fu eretto da mastri costruttori sotto la guida del frate francescano Vito da Cattaro. Si distingue dalle altre chiese serbe contemporanee per le sue dimensioni imponenti e il suo aspetto tipicamente romanico. I suoi famosi affreschi comprendono un migliaio circa di ritratti e ripercorrono tutti gli episodi principali del Nuovo Testamento. Il catholicon contiene l’iconostasi lignea originale del XIV secolo, il trono dell’egumeno e il sarcofago scolpito di re Stefano.

Il prato verde che avvolge il monastero, il profumo inebriante del succo di mirtillo, il bianco dell’intonaco, le croci, le cupole che si stagliano contro il cielo blu, la pietra viva delle mura, il portone intagliato, il posto di guardia, la strada che scivola.


Foto e testi di Ilaria Biancacci

Qui la notte arriva prima


Quando arriviamo all’aeroporto di Jakova-Dakovica, un tramonto fugace ci accoglie. Una vallata si estende tra un circolo di montagne dietro le quali spariscono i raggi del sole. L’aeroporto militare di Jakova-Dakovica è il primo costruito fuori dai confini dell’Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale. Attraversiamo i container che compongono la base mescolandoci con i soldati che arrivano, pronti per iniziare una nuova missione. Non posso non notare che sono tutti molto giovani e parlano con accenti che riportano alla mente le note della taranta e il blu del mare. In un angolo vedo dei giochi per bambini, colorati e ricchi di storie, arrivi e partenze.


Scende la notte, veloce e silenziosa. Ci mettiamo in viaggio per raggiungere la base militare che ci ospiterà. La strada, stretta e buia, scorre lenta tra le vene di questo lenzuolo di terra. Le montagne si stagliano contro un cielo stellato e le luci illuminano le case, gli alberghi sfavillanti, i cartelloni pubblicitari e i bar. Quello che si riesce a scorgere è un paese che sta cercando di rimettersi in piedi, coprendo le ferite di una guerra ancora troppo vicina.
Passiamo davanti ad un agglomerato di case, piccole, bianche, con il tetto rosso, tutte rigorosamente uguali.”Queste case – mi racconta il Tenente Colonello Vincenzo Legrottaglie, che ci guiderà durante la missione in Kosovo – sono state costruite dal governo serbo all’inizio dei conflitti nei Balcani per proteggere e accogliere alcune famiglie di serbo-bosniaci che scappavano dalle loro terre. Ora i serbi sono scappati, per paura di ripercussioni, e le case sono occupate da famiglie albanesi”.
Sul territorio kosovaro, fin dal 1999, è presente una forza multinazionale della NATO chiamata KFOR (Kosovo Force). Le forze NATO, sotto il comando del Generale Maggiore Erhard Buhler, operano con due divisioni: Multinational Battle Group West (MNBG-W) e il Multinational Battle Group Est (MNBG-E). Raggiungiamo il compound del MNBG-W, chiamato “Villaggio Italia”. E’ situato a Belo Polje, nei pressi di Peja-Pec, nella parte ovest del Kosovo.
Un breve briefing introduttivo e ci dirigiamo verso gli alloggi. Domani sarà una giornata intensa. E’ tempo di lasciarsi stringere e cullare dal silenzio della notte. L’alba disegnerà nuovi contorni.

Foto e testi di Ilaria Biancacci

domenica 6 febbraio 2011

Solo



Non sono che

Un fiato solo

Un cuore solo

Un uomo solo


Ilaria Biancacci

sabato 22 gennaio 2011

Ho visto


Ho visto un uomo
seduto sulla riva della sua solitudine

Ho visto un uomo
nascosto tra le pieghe di una scatola

Ho visto un uomo
e tutta la sua vita in una busta




Testo di Ilaria Biancacci

lunedì 3 gennaio 2011

Uno Sguardo Al Femminile

Ieri è nato "Uno Sguardo Al Femminile", il nuovo mensile di approfondimento che racconterà il mondo visto attraverso gli occhi delle donne. L'idea è rimasta in cantiere per 12 lunghissimi mesi, ma alla fine, con tanto coraggio e determinazione, ho trovato la forza per buttarmi in questa nuova avventura.

www.unosguardoalfemminile.it



Ilaria Biancacci


domenica 26 dicembre 2010

26 Dicembre

ACCADDE OGGI

26 Dicembre 1975: L'Unione Sovietica inaugura il primo servizio mondiale di trasporto supersonico, con un proprio Tupolev 144 da Mosca ad Alma-Ata in Kazakistan.

26 Dicembre 1978: Liberata in India Indira Gandhi.

26 Dicembre 1978: In Turchia il governo del primo ministro Bulent Ecevit proclama la legge marziale. Quasi totale l'approvazione del parlamento.


OGGI NACQUE

26 Dicembre 1194: Federico II, re di Sicilia.

26 Dicembre 1893: Mao Tse Tubg, leader rivoluzionario cinese, fondatore della Repubblica Popolare.

26 Dicembre 1914: Maria di Savoia, principessa, figlia di Vittorio Emanuele III.

26 Dicembre 1956: Beppe Severgnini, giornalista e scrittore.



Ilaria Biancacci

venerdì 24 dicembre 2010

Ritratto Italiano

24 Dicembre

ACCADDE OGGI

24 Dicembre 1524: A Cochin in India muore il navigatore portoghese Vasco da Gama.

24 Dicembre 1951: La Libia diventa regno indipendente, dopo il dominio britannico.

24 Dicembre 1965: Veterani dell'esercito confederato, formano nel Tennessee un club privato: il Ku Klux Klan.

24 Dicembre 1968: Messaggio di Natale in diretta dallo spazio. Gli astronauti Lovell, Anders e Borman mandano il loro messaggio di pace: "La luna è un pò più vicina alla Terra...e il mondo, un pò più piccolo".

24 Dicembre 1975: Scontri alla periferia di Buenos Aires, in Argentina. I combattimenti tra forze dell'ordine e guerriglieri durano 9 ore.

24 Dicembre 1978: La radio di Hanoi, in Vietnam, accusa le truppe cinesi di essere entrate, il giorno prima, per ben due volte nel proprio territorio.


OGGI NACQUE


24 Dicembre 1837: Elisabetta di Baviera, imperatrice d'Austria, regina di Ungheria.

24 Dicembre 1950: Fausto Terenzi, conduttore radiofonico.

24 Dicembre 1965: Emma Marcegaglia, imprenditrice, prima presidente donna dei "Giovani Industriali".



Ilaria Biancacci

giovedì 23 dicembre 2010

23 Dicembre

ACCADDE OGGI

23 Dicembre 1893:
Debutta a Weimar in Germania "Hansel e Gretel" di Engelbert Humperdinck.


23 Dicembre 1947: John Bardeen, Walter Brattain e William Shockley inventano il transistor. La parola deriva dall'inglese "transfer resistor" resistore di trasferimento. Il semiconduttore è la base per l'evoluzione elettronica.

23 Dicembre 1964: In Inghilterra inizia la guerra al monopolio radiofonico della BBC. Nascono le emittenti pirata, la prima è Radio London.

23 Dicembre 1977: uno studente romano di 16 anni, Massimo Di Pilla, simpatizzante dell'estrema sinistra, viene gravemente ferito in un attentato.

23 Dicembre 1978: Disastro aereo nei pressi dell'aeroporto palermitano di Punta Raisi. Si inabissa un Dc9 con a bordo 129 persone. Ne muoiono 108.

23 Dicembre 1984: Due bombe devastano il rapido 904 Napoli-Milano. Muoiono 17 persone, altre 158 restano ferite. Terrificanti analogie con la strage al treno Italicus del 1974, avvenuta praticamente nello stesso punto, la galleria di San Benedetto Val di Sambro.

23 Dicembre 1986: L'aereo sperimentale "Voyager" completa il primo giro del mondo senza scali e senza rifornimenti. In cabina di pilotaggio ci sono Dick Rutan e Jeana Yeager.

23 Dicembre 1990: Una schiacciante maggioranza di sloveni vota per la secessione della propria Repubblica dalla Jugoslavia.

23 Dicembre 2000: Calcutta è la terza città indiana a tornare al nome precoloniale, da oggi torna ad essere Kolkata. Lo stesso avevano fatto Bombay e Madras, ora Mumbai e Chennai.


OGGI NACQUE

23 Dicembre 1812: Samuel Smiles, scrittore "Un posto per ogni cosa, e ogni cosa al suo posto"

23 Dicembre 1933: Akihito, imperatore del Giappone

23 Dicembre 1956: Michele Alboreto, pilota F1

23 Dicembre 1958: Dave Murray, chitarrista degli Iron Maiden

23 Dicembre 1964: Eddie Vedder, cantante dei Pearl Jam


Ilaria Biancacci