Intrappolata dal 1999 nel ruolo indefinito di base delle rappresentanze estere in Kosovo, Prishtinё-Priština è diventata rapidamente un interessante fulcro di scambio per l’intera regione. Un mix di culture, lingue, colori, stili architettonici, odori, popoli. Un po’ Europa dell’Est, un po’ Turchia. Una città dalle mille sfumature, che mostra la vera faccia del Kosovo.
Ci vogliono quasi due ore di viaggio per arrivare a Prishtinё-Priština. La strada, una delle quattro principali che attraversano la regione, è uno zig zag continuo tra buche, incroci e sorpassi di tir, carretti di contadini trainati da stanchi cavalli e trattori. Una curva e un dosso dopo l’altro, si delinea davanti ai miei occhi il quadro dell’attualità kosovara: lunghe distese verdi di campi coltivati, i fruttivendoli ai bordi delle strade, ragazze e ragazzi che aspettano un improbabile autobus sul ciglio della strada. Ma più di tutto, una cosa colpisce il mio sguardo: tante case di colore rosso mattone, senza intonaco. I proprietari le hanno costruite in fretta subito dopo la guerra, per poter ricominciare a vivere sulla loro terra. Le hanno tirate su con i pochi risparmi e l’intonaco, troppo costoso, dovrà aspettare tempi migliori, quando il Kosovo sarà pronto per vestirsi di nuovi colori. Un work in progress continuo, senza sosta. Una ripresa lenta e laboriosa. Dietro ogni curva, ogni porta ed ogni strada si nasconde la complessità di questo lembo di terra.

Quando si arriva a Prishtinё-Priština il paesaggio cambia. La campagna lascia il posto a lunghi viali asfaltati, i covoni di fieno cedono il passo ai palazzoni che mi ricordano un po’ le case di Berlino Est. I negozi di fortuna non ci sono più, ma compaiono in ogni angolo banchetti sui quali puoi comprare cellulari di dubbia provenienza. I carretti e i trattori ci sono, ma corrono al fianco di macchine fin troppo di lusso.

Quando entri a Prishtinё-Priština una statua di Bill Clinton si impone davanti al tuo sguardo. Si staglia contro le palazzine popolari, contro i graffiti del movimento nazionalista albanese per l’autodeterminazione Vetëvendosje. il Kosovo sottolinea continuamente la propria vocazione europea e l’ intenzione di aderire quanto prima all’Unione europea. Allora come interpretare questa “adorazione” per gli USA? La risposta ci riporta indietro, ai bombardamenti della NATO contro la Serbia. L’Operation Allied Force è il nome della campagna di attacchi aerei portata avanti dalla NATO per circa due mesi contro la Repubblica Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević, con l’intento di ricondurre la delegazione serba al tavolo delle trattative, che aveva abbandonato dopo averne accettato le conclusioni politiche, e di contrastare l’operazione di spostamento delle popolazione del Kosovo allo scopo di predisporre una sua spartizione tra Serbia e Albania.

La strada che percorriamo, molto più simile a un boulevard californiano che ad una strada balcanica, prende il nome dal 42° presidente americano Bill Clinton. La popolazione albanese ha voluto ringraziare il presidente per l’aiuto durante la lotta contro il governo della Federazione Jugoslava. La statua è alta 10 metri, è stata installata il 1° Novembre 2009, durante una solenne cerimonia. Sopra la statua, un enorme manifesto, raffigurante Bill Clinton, pende dalla facciata di un condominio e ci da il benvenuto.
Al centro di Prishtinё-Priština regna la contraddizione. L’enorme incompiuta cattedrale ortodossa si staglia contro il minareto della moschea, in un continuo conflitto religioso, accentuato dalla decisione del governo di Belgrado di vietare l’insegnamento della religione musulmana nelle scuole.
Il monumento dedicato al condottiero e patriota albanese Giorgio Castriota Scanderbeg si infrange contro un modernissimo palazzo a vetri, che ospita il (provvisorio) Governo kosovaro. Hashim Thaçi è l’attuale Primo Ministro del Kosovo e Capo del Governo. Il suo governo è costituito prevalentemente da ministri di etnia albanese, con elementi serbi, bosniaci e turchi.
In una piccola piazzetta è custodita la statua di Madre Teresa di Calcutta, nonostante la maggior parte della popolazione sia di fede musulmana. Dopo la morte, l’operato di Madre Teresa è stato oggetto di riconoscimenti, soprattutto nei due paesi ai quali era più legata: l’India, nella quale ha operato, e l’Albania, la terra d’origine dei suoi genitori. L’Albania celebra il 19 ottobre, giorno in cui Madre Teresa ricevette il Premio Nobel, come festa nazionale e ha dedicato alla memoria della suora il proprio aeroporto internazionale e il premio per l’eccellenza in campo umanitario.

La biblioteca nazionale sembra una costruzione fantascientifica. Le cupole e le grate di ferro mi fanno pensare ad una città imprigionata, specchio di una regione divisa, contesa e incompleta. Una catena di ideologie che stringe i giovani (il Kosovo è un paese giovane. L’età media si aggira intorno ai 24/26 anni), li intrappola in un presente che vuole andare oltre, verso un futuro di integrazione e sviluppo, ma con fatica si separa da un passato doloroso. Un pizzico di avanguardia russa comunista che fa a pugni con il resto della città.
Un muro di foto, nomi e fiori riporta alla mente le pulizie etniche e le stragi ai danni dei civili, che hanno marchiato la guerra del Kosovo. Uomini, donne, giovani e anziani. E’ rimasto il nome a guidare la memoria dei cari. Ci sono anche le foto delle vittime di Meje. Un muro del pianto, scolorito dal sole, ma ben impresso nei ricordi di chi, questa guerra, la sente ancora sulla pelle.
Foto e testi di Ilaria Biancacci